Scoprirsi Evoluzione, gita al Museo della Preistoria di Nardò (Le)

Uncategorized

(febbraio 2019)

Il museo della preistoria a Nardò si trova in una piazza rifatta da poco accanto al chiostro della  Chiesa di Sant’Antonio da Padova. Il museo è lì da poco più di un anno, ed è un museo moderno e ben allestito.

Inizio la visita accompagnata da Dario, un giovane archeologo appassionato che mi racconterà il museo e darà un senso a quei denti, crani, conchiglie, resti di animali,  ma soprattutto pietre.

Dario sottolinea un’ovvietà a cui non avevo mai pensato: siamo abituati ad associare l’uomo della preistoria alle pietre, semplicemente perché le pietre sono arrivate fino a noi, ma sappiamo che era abile nel lavorare il legno e il cuoio.

Il viaggio dentro al museo sarà un entrare sempre più profondo nei dettagli di quelle pietrine, piccole, tagliate in un certo particolare modo, frammenti con cui facevano tutto: punte diverse per cacciare, lame e lamelle  per bucare il cuoio e tagliare gli animali. Quell’uomo era già dotato di tecnica ovvero sapeva tirare fuori da un nucleo grande di pietra quello che gli serviva e ha imparato a farlo sempre meglio. Seguendo il percorso cronologico tra le pietre si comprende benissimo come col tempo aumentasse la raffinatezza della tecnica e i tipi di pietre utilizzate, fino ad arrivare a mezzelune quasi minuscole e perfette.

I reperti del museo sono autoctoni, provengono dalla rete di grotte che bucano le rocce del Parco Naturale di Porto Selvaggio. Là, a partire da 100.000 anni fa si sono avvicendati Homo neanderthalensisHomo Sapiens; proprio per questa compresenza negli stessi siti i reperti sono considerati di importanza internazionale.

Il viaggio dentro al museo è un viaggio sorprendente, pieno di scoperte: è conservato il dente più antico d’Europa appartenuto all’Homo sapiens, che non a caso viene chiamato Uluzziano, dalla  grotta di Uluzzo in cui è stato ritrovato, accanto i due denti neanderthaliani.

Nella prima vetrina impronte di pesci su pietre calcaree, non solo lische, ma  anche  tracce carnose, che hanno permesso di risalire a specie di pesci, alcuni dei quali non esistono più. La più antica è quella  di un cretaceo risalente a 72 milioni di anni fa.

Un grande cartello esplicativo mostra graficamente una delle cose che ho trovato più affascinanti, anzi due: la prima è che siamo portati a pensare all’evoluzione umana come una linea, in cui scompare un tipo di uomo e ne arriva un altro più evoluto, ma come sempre la linearità spiega poco del mondo. Anche in questo caso, infatti, si scopre che quegli uomini hanno coesistito, geograficamente distanti, ma anche incontrandosi.

L’altra è che l’uomo di Neanderthal era bianco e veniva dal nord Europa, l’Homo Sapiens era africano, questi due gruppi si sono incontrati. La scienza racconta che la storia dell’evoluzione è una storia meticcia, siamo tutti nati da una mescolanza e il nostro dna ne testimonia gli intrecci.

I resti di animali rinvenuti nelle grotte parlano anche del paesaggio e di come doveva essere: uccelli acquatici e animali da foresta, persino orsi, rinoceronti, cervi. A raccontare di una terra palustre e piena di alberi, in cui l’uomo sapeva muoversi. Alcuni materiali utilizzati per le lame provengono anche da 150 km di distanza, questo significa che l’uomo primitivo conosceva benissimo il territorio e lo percorreva, possedeva dunque una mente spaziale.

Un altro elemento sorprendente di questo viaggio nel tempo è quello dell’arte: una pietra mostra un reticolato di segni, che non avevano ragioni strategiche o economiche ma erano motivi artistici, forse parte di un codice per comunicare qualcosa, che oggi non comprendiamo. Ci sono conchiglie bucate usate come monili  e pendagli e frammenti di ocra usata come colore. A questo proposito mi viene in mente una bellissima riflessione dell’antropologo e scrittore Matteo Meschiari che considera le rappresentazioni di segni e animali, rinvenuti sulle pareti delle grotte, come un’ espressione ecologica del proprio essere nello spazio, come necessità del pensare e immaginare attraverso i segni quello che è fuori da sé. L’uomo primitivo era dunque dotato di un’abilità cognitiva complessa, che dal punto di vista dell’ antropologo dovrebbe rifondare il nostro essere oggi.

Questo viaggio all’interno del museo porta talmente lontano nel tempo, da farci recuperare il nostro essere qui, ora:  la sensazione perfetta è che quegli uomini antichi siamo noi. Forse allora dovremmo recuperare quella ancestrale attitudine al paesaggio, che in questo momento di crisi totale dell’ambiente, potrebbe costituire la nostra possibilità di salvezza.

«Per me quello che dobbiamo pensare in questo momento storico è come insegnare ai nostri figli a resistere in un mondo che sarà decisamente più duro del nostro. Nel Paleolitico era durissima. Ma attenzione. l’uomo dell’Era glaciale non si è salvato grazie alla tecnologia che ha saputo sviluppare, ma dipingendo bisonti sulle pareti di una grotta. Non si è salvato mangiando quel bisonte, ma raccontandolo».

(Matteo Meschiari, “Geoanarchia, Appunti di resistenza ecologica”)

Museo della Preistoria

Vicolo Sant’Antonio, Nardò (LE)

Orario invernale (dal 1 ottobre al 15 maggio) 9.00/12.30    16.00/20.00

Orario estivo (dal 16 maggio al 30 settembre) 9.00/12.30  17.00/21.30

Giorno di chiusura: mercoledì.

http://www.museodellapreistoria.com

3

Nelle vicinanze

luoghi viventi, selvatico, terra, vicinato, Visioni

IMG_20190322_112958IMG_20190322_111251

Ogni giorno un racconto di come c’è l’incanto nelle vicinanze, magie delle panchine, di camminare a occhi chini e poi di alzarli, quando senti che il vento muove le fronde. Mi ricordano i vasi rotti sul cemento che le piante approfittano di tutto, la resistenza è massima e spontanea, non ci sono colpe da espiare, nè programamzioni sul nascere, ma logiche che gestiscono l’imprevedibile con la sapienza della clorofilla.

Ogni giorno nelle vicinanze, un trattato sull’esistenza.

CRONACA DAL TREMORE_progetto “Case Chiuse” a Copertino

luoghi viventi, persone, storie

Il 19 febbraio del 2017 ho dato parola allo splendido lavoro di Giuseppe Apollonio realizzato nel centro storico di Copertino, nell’ambito del Progetto “Case chiuse” promosso dall’Associazione culturale L’auramente. Grazie a quella suggestione visiva ho raccontato delle Marche, la mia regione, e del terremoto che la scuote.

Nella mia opera ho voluto richiamare l’esempio estremo della nostra incapacità di curarci di questo patrimonio e di prevenirne la morte. È un trittico che rappresenta degli edifici crollati, devastati dalla furia di un terremoto o dall’incuria dell’uomo. La scritta (This is not a disaster, it’s our responsAbility) ammonisce di non considerare questi come gli effetti di eventi che avvengono per volere del fato, ma come l’ovvia conseguenza della gestione scellerata del nostro territorio.

Giuseppe Apollonio

giuseppe_appollonio_07-1024x768

CRONACA DAL TREMORE di Maira Marzioni

La prima cosa che viene spontanea è abbassarsi, cercare un riparo, memoria bambina, istinto primordiale; era la tenda, il tavolino, la sedia, e ora è uguale, il primo istinto è abbassarsi, avvicinarsi alla terra. È un’azione sbagliata che a volte ha poco senso, ma in anni di civilizzazione l’essere umano che sono adopera ancora questo istinto naif, insicuro, inefficace. Cercare gli assi portanti, la parola padre di una casa, quello si dovrebbe fare, e invece è la madre bambina feto che ha la meglio. È un istinto solitario, come se fossi tu e la terra a tremare, e basta. Abbassandosi senti l’onda del pavimento, la intuisci o orizzontale o verticale. Il pavimento di marmo marrone e liscio è un mare piccolo, tintinnano i bicchieri nell’odiosa vetrina, e le pareti ondeggiano, è tutto mare. Eppure questo viene da terra perché qua non spacca, qua solo risuona. Fa l’eco.

Qua ai bordi del mare Adriatico, stretto e allungato, quello che spacca è quello che viene dal mare, quello dalla terra diventa risonanza magnetica.

Dicono che chi sta qui è abituato, eppure mia madre reagisce ancora bambina, in anni di civilizzazione, io e lei da sole nella stessa stanza facciamo la stessa cosa: ci abbassiamo, come cercassimo una cuccia, come fossimo cagne. Mio padre rimane in piedi, ma non so cosa fa, perché mentre tutto è mare, io sono un’onda solitaria.

Quando finisce sembra sempre più lungo di quello precedente, di quello che aveva spaccato l’Umbria, di quello dell’Aquila, di quello recente, sembra sempre un altro, sembra sempre la prima volta. Non credo possa esistere un’ abitudine al tremore. Dal tremore si esce sempre troppo piccoli.

Quando ti rialzi e gli occhi guardano il vuoto, per qualche secondo non vedi nulla, sei solo sola, tu e la paura bambina. Poi cambi canale perché sai che quello che qua era mare, là dentro è stato rottura feroce: abisso di muri e finestre e crateri sul manto stradale, persone sotto e gente che scappa, fili rotti che non fanno più luce, tubi spaccati perché lì dentro, nel cuore del confine in cui sei nata, si è spaccato tutto.

giuseppe_appollonio_02-768x1024

Manco a casa dai diciott’anni e negli ultimi dieci anni di riassestamento delle radici, di ricerca della provenienza madre, solo una cosa avevo capito: che la mia origine, pure nata ai bordi del mare stretto, era fatta di terra e di colline, di campagna e di aie.

Dei monti ho sempre temuto tutto, di quei monti interni che tagliano l’Italia, in cui mi costringevano ad andare a fare trekking da piccola, li ho sempre temuti sapendoli imponenti, fuori dal tempo umano, eterni. Sono loro che gridano adesso, la ferita è lì.

Mentre lascio la casa che è mia solo per metà e vado verso sud, sento un urlo che mi viene da dentro. Urlano le mie nonne e le loro case, anche se non ci sono più da tempo. Urla quella parte di appartenenza che non è mai stata confortevole per me, ma da cui ho sempre sentito provenire l’eco ancestrale. La sibilla, i contadini, le comunanze marchigiane, la terra divisa in fazzoletti composti, ma senza recinti, è l’origine pura di quella terra, l’anima dei poeti che ho scoperto solo dopo.

La frattura è lì, dove sono convinta vivano ancora i custodi dello spirito originario: le grandi case coloniche, gli allevamenti, le terre convertite dai giovani al biologico, di cui le Marche sono antesignane, i piccoli infiniti paesi appoggiati nell’apice alto con le valli in basso, a cui lego le domeniche, il coniglio in putacchio, la prima pasta al tartufo vero, le facce segnate, quella gentilezza che ho sempre pensato scemasse deglutita dal mare e dal suo sviluppo economico. Le micro imprese artigiane, il sapere delle mani, tutto quello che è stato risucchiato dal fagocitante grande mercato, era piccolo, diffuso, a misura umana, e viene da lì, da quella parte di regione che ora si spacca in più punti.

Il cuore è lì, lì la zona rossa.

Le Marche belle non sono mai state sulla costa, le Marche belle sono i fiumi che la pettinano dall’interno verso il mare, sono le montagne con le loro storie antiche, i boschi e le chiese, i monasteri col cuore nel silenzio, le grotte sotterranee, i laghi appoggiati azzurri in mezzo al bianco dei sassi, le coste dei monti, che per anni hanno abitato i miei incubi e ogni tanto lo fanno ancora. La bellezza della terra da cui vengo è in quelle cose che mi hanno fatto sempre tremare: dentro la zona rossa abbiamo tutti perso il cuore e quello che percepisco è che non sappiamo quale massaggio fargli.

C’è una solitudine nel tremore, ed è la solitudine a cui il corpo-nazione ha relegato le sue viscere interne, lì sanguina tutto, lì dove il paese ignora di avere la parte più vera, più ricca di saggezza e cura per le cose che sono, per la loro durata, per la loro continua mutevolezza..

Lì nella zona rossa c’è il nodo stretto tra selvaggio e umano, tra le pietre e la casa e lì proprio lì questo patto si è rotto.

Non sono dimenticati ora, quei luoghi, dove la frattura è avvenuta, sono dimenticati da tempo; lì dimentica lo stato, ma irrimediabilmente li dimentichiamo noi.

Abbiamo perso il cuore perché non l’abbiamo capito, il cuore non è eterno e qualcuno dovrà occuparsene, a qualcosa dovremmo rispondere tutti, perché qualcosa si è rotto e noi, in anni di civilizzazione, sembriamo ancora bambini.

giuseppe_appollonio_01-1024x768

STORIE TERRAGNE Gianfranco e la fine del mondo

persone, storie, terra

Nell’ottobre 2012 con l’Associazione In alto a sinistra abbiamo dato alle stampe un libro in 500 copie che si chiamava Storie Terragne. Il libro conteneva racconti di uomini e donne che, prendendolo in prestito da Luigi Veronelli, avevamo chiamato “enodissidenti e gastroribelli”, persone per cui la cura della terra è atto esistenziale e rivoluzionario.

Le storie sono state redatte da me accompagnate dai disegni “radicali” di Gianluca Costantini.

Vi ripropongo l’ultima storia che componeva il libro: Gianfranco e La fine del mondo

 

 

Immagine (108)

 

Gianfranco vive dopo Nardò nella zona di Boncore, dell’Arneo e delle lotte contadine. Boncore è un pezzo di paese senza paese nell’estesa provincia di Nardò e lungo la strada per Avetrana. La strada è disseminata di case della riforma. Gli hanno dato la terra ai contadini con la riforma, ma quella piena di pietre mi dice Tiziana, che ci accompagna. Di quelle che ci voleva il cuore buono e le mani forti per rendere fertile quello che non lo è, per tirare fuori dai sassi un briciolo di sopravvivenza.

Ci accoglie con una tuta da meccanico, gli occhi chiari e sorridenti, il viso aperto, disteso.

Gianfranco è arrivato in Salento due anni e mezzo fa. É di origine abruzzese ma ha vissuto molti anni a Roma e in giro per il mondo. Lavora per il Commissariato dei diritti umani dell’Onu. A un certo punto ha deciso, se gli chiedo perché non lo sa spiegare solo che a forza di vedere le storture si ha bisogno di costruirsi bellezza intorno. Ho fatto poca vita sociale da quando sono qua, perché qui non ho bisogno di niente. La casa è sempre piena di gente e poi ci sono le visite quotidiane di Leonzio, il vicino di casa. É un signore con una faccia dolcissima e un’ape. Abita di fronte, mentre siamo in terrazza lo vediamo arrivare da lontano. Ecco Leonzio, sono le dieci e cinquantanove alle undici è sempre a casa…. ora mi suona. Alza già la mano Gianfranco, il clacson arriva nello stesso istante. Leonzio si accosta sotto, Gianfranco gli offre un grappino e lui pronto risponde Arrivo subito. Ha perso tre dita mentre lavorava in fabbrica in Germania, gli hanno dato pochi soldi e l’hanno mandato via.

Dall’alto vediamo tutto l’orto di Gianfranco, me lo descrive per filo e per segno, il pezzo coltivato a grano Cappelli, l’altro ad avena e uno a farro, poi gli alberi da frutto nelle strisce intorno e davanti l’orto. Sta ristrutturando gli edifici presenti per farci un bed and breakfast, si immagina che gli ospiti possano raccogliere la verdura per sé e cucinarsela direttamente nel forno che costruirà per poi mangiarla in un grande tavolo sotto al pergolato. Il mare del turismo è vicino, quello del traffico estivo e dei turisti spennati per un chilo di zucchine del mercato ortofrutticolo. Gianfranco me lo racconta con rabbia. Quest’estate preparava delle cassette con la sua verdura e ha sparso la voce con i turisti della zona che c’era della verdura buona disponibile. É andata bene, ha funzionato. Penso che ci vorrebbe molto poco perché l’agricoltura fosse altra, il mercato altro, il turismo altro. Basterebbe metterci dentro il cuore, la sostanza. Una zucchina del campo di Gianfranco è già di per sé una svolta economica, culturale, sociale, basterebbero tante zucchine così a cambiare un sistema che impoverisce tutti, a parte pochissimi.

In fondo al suo terreno racconta che ha trovato un posto buono per fare un lago biologico, per attirare gli uccelli, che qua vengono decimati dalla caccia. Ha avuto molti problemi con i cacciatori, uno gli ha fatto anche sparire un cane, come risposta lui ogni domenica mattina se ne va in giro in macchina con la musica reggae a palla per far scappare gli uccelli e non farli sparare.

Ci sediamo dentro casa per una grappa con Leonzio, è rachia, arriva da Belgrado. Tra questi due uomini scorre una complicità semplice, un bene di mani e occhi, l’andirivieni dell’affetto che diventa gesti minimi di cura reciproca. Era difficile che la vita li facesse incontrare e invece è capitato. Leonzio è stato dal dottore, Gianfranco gli chiede, vuole sapere, dice che ha imparato tanto da lui e che si aiutano molto.

gianf2

 

Negli ultimi anni Gianfranco va spesso a Belgrado per lavoro, lì in un canile ha trovato Leo, era tutto spelacchiato, aveva una sorella che faceva le feste per mettersi in mostra, ma Gianfranco ha scelto il fratello con l’aria da sfigato. Poi un giorno al cancello è arrivata anche Shiva, una gattina bianca e piccola, era magrissima ora pesa un chilo e otto. Leo bacia spesso Shiva, lei si spaparanza volentieri nelle braccia degli sconosciuti da vera divinità. Ho in mente che quest’uomo riuscirebbe a far diventare una pianta spelacchiata la più bella di Boncore. Mentre camminiamo per il campo mi sembra di intuire il perché. Il desiderio muove la bellezza. Gianfranco mi sembra un uomo che aveva un grande desiderio, più che una velleità, una necessità. Posso solo immaginare i suoi occhi chiari cosa devono aver visto a stare in zone di conflitto, dove la gente muore ammazzata dalle bombe, dall’odio “etnico” e posso solo intuire il respiro d’aria fresca che deve essergli entrato dentro in quel luogo fatto di vuoti, di verde, di terra da comprendere, che quando l’hai capita, ti dà. Ha una bicicletta nera parcheggiata sotto a un albero di fronte alla casa. É all’ombra, penso che Gianfranco nella sua terra stia così, come quella bicicletta. E un po’ penso alle biciclette dei braccianti bruciate dalla polizia e mi va di pensare che ci sia un riscatto possibile: tirare fuori vita da questa terra sudata, cavarne dalle pietre cibo. Gianfranco è lontano da quei contadini eppure si muove all’ombra dopo aver conquistato quello di cui aveva bisogno per vivere bene.

Entriamo in casa per il pranzo. La cucina è piena di cose buone. Fa di tutto: conserve, marmellate, verdura sottolio. Accanto alla casa costruirà un laboratorio dove poterle preparare. Gli chiedo dove ha imparato, mi risponde candido: Qui! I suoi peperoni sono bellissimi di tutti i colori, piccoli come i cornetti, ma colorati come peperoni, una varietà presa in Serbia. Mangiamo come antipasto formaggio, dei vicini con le mucche, e una salsa di peperoni squisita, da cui non riusciamo a staccarci. Al momento della pasta alle verdure mi sento come se fossi lì da giorni, Gianfranco è già un amico, una delle persone che vuoi che ci sia, che sei felice che esista. Chiacchieriamo, ridiamo, parliamo di ogni cosa. Sta aiutando una ragazza di ventisei anni a trovare un qualche corso di formazione. Gli chiedo dove l’ha conosciuta, mi dice che è la figlia della signora del bar dove va a prendere il caffè. Se l’è presa a cuore, perché non sopporta di vedere una persona giovane senza sogni, desideri, che non sa usare un computer. Qua è il medioevo, c’è un sacco di gente che non sa neanche leggere o scrivere. Me lo vedo uno con la porta sempre aperta a condividere pezzi di buon vivere.

Il bed and breakfast si chiamerà “La fine del mondo”, in questa che è finis terrae, qui in questo campo e in questa casa dove il mondo sembra finire in bellezza. Il sogno nella catastrofe, c’è chi ci si crogiola nella fine e chi ci costruisce con le mani un pezzo di terra diversa.

Gianfranco arriva alla fine di questo viaggio di un anno, che è stato piccolo e con molte ferite, lo ringrazio perché mi è stata catartica la sua fine del mondo. Ce ne andiamo con due cassette bellissime, colorate: mandorle, giuggiole, melanzane, peperoncini, peperoni, una marmellata di arance, un pezzo di zenzero e una Sweet Paprika Jam. La fine del mondo!

 

*

 

Il progetto e la sua genesi può essere letto qui:

terragno.wordpress.com

SCRIVERE SOTTO IL FUOCO. Incontro con Ghazi Rabihavi

luoghi viventi, persone, storie, Visioni

 

 

 

«Sono nato in una piccola città del sud dell’Iran, tra le raffinerie, il fuoco era dappertutto. Negli anni 60 ci furono degli incendi, avevo amici là dentro. L’altro fuoco è stato nell’esercito: dopo le scuole superiori era obbligatorio fare due anni nell’esercito.

Nel 1978 iniziarono le dimostrazioni contro il regime, seppi che il Cinema Rex a Teheran aveva preso fuoco, c’erano stati 700 morti. Sono scappato dall’esercito, ho nascosto le mie armi sotto al letto e sono scappato verso Teheran. Iniziò la rivoluzione, con fuochi in ogni strada. Noi non volevamo la rivoluzione fanatica islamista, non era quella la nostra rivoluzione. Il cinema era stato incendiato dagli islamisti, la rivoluzione fu strumentalizzata. Andai a Teheran, trovai un lavoro, ma era pericoloso essere giovani e non islamisti. Ho lavorato come giornalista in una testata di sinistra, il nostro lavoro era costantemente scrivere sotto il fuoco. In quel momento il regime non era ancora così forte da censurare quello che scrivevamo, riuscivo a pubblicare articoli di opposizione.

Nel 1980 ero a Teheran quando all’improvviso scoppiò la guerra con l’Iraq. La mia città era al confine tra Iran e Iraq, la gente scappava da lì ma noi eravamo giovani e le andammo incontro. I soldati avevano circondato la città, che è come un’isola circondata da fiumi, non c’era modo di uscire. Per tre mesi siamo rimasti lì, costruivamo trincee per ripararci sotto terra dal fuoco. Non avevamo un lavoro, il nostro lavoro era aiutare le persone rimaste, soprattutto anziani e bambini, li aiutavamo a raggiungere luoghi in cui rifugiarsi. La paura veniva da due lati: dal cielo cadevano le bombe e intorno c’erano i soldati della Guardia. Non eravamo religiosi e quindi per loro eravamo spie. Stavo in trincea, con una candela e scrivevo sotto il fuoco. Dopo tre mesi riuscimmo a tornare a Teheran, approfittammo del fatto che l’Iraq cessò il fuoco per un’ora in onore di una festa per Maometto, che nonostante le divisioni, univa Sunniti e Sciiti. In quell’ora scappammo.

Memoria di un soldato” è il racconto che uscii da quei giorni in trincea.

C’erano scrittori professionisti, gli scrittori del regime, che esaltavano la guerra santa e i giovani martiri. Il mio libro era contro la guerra, diceva che la guerra non era bella, ma terribile.

Molte persone non volevano combattere, ma non avevano soldi per andarsene dal paese, stavano lì ad aspettare solo la fine della guerra. C’era una situazione orribile in città. Il mio libro parlava della realtà, era stato recensito bene, ma dopo tre mesi le guardie vennero e mi arrestarono.

Nei nove mesi in cui sono stato in carcere le guardie arrivavano , sceglievano persone a caso, senza alcuna ragione, TU e TU e le uccidevano o le impiccavano. Ero sotto il fuoco, scrivevo con una matita e un pezzo di carta.

ABOUT HERE”, “Del qui” è stato il libro che scrissi su quei mesi, una volta uscito di prigione.

Volevo continuare a scrivere, ma era un lavoro pericoloso. Per cinque o sei anni non ho fatto altro che uscire di casa, vedere se c’era la macchina della polizia e rientrare. Negli anni 90 molti miei amici scrittori erano in prigione. Avevamo un’associazione di scrittori, ogni giorno ne spariva qualcuno e i loro corpi venivano ritrovati in campagna o in montagna.

Io scrivevo e mia madre nascondeva i fogli, ogni notte sarebbero potuti entrare e prendermi. Fu mia madre a spingermi a lasciare il paese.

Quando arrivai a Londra iniziai a scrivere per il teatro, in Iran non era possibile perché il teatro era sotto il controllo del regime. Cercavo con i miei testi di aiutare diverse campagne.

Look Europa!” (Guarda Europa!) parlava del rapimento di uno scrittore iraniano, ero a New York dove veniva messa in scena una replica e mi chiamarono dalla produzione per dirmi che il prigioniero era stato liberato. Ho capito che era il miglio modo per supportare il mio paese.

Nel 2007 le donne iraniane stavano cercando di cambiare le leggi disparitarie, volevano raccogliere un milione di firme da portare in parlamento, ma dopo due anni ne avevao raccolte solo 200.000. Molti uomini e donne non firmavano per paura, anche se erano favorevoli. Sette di loro vennero arrestate, 4 o 5 lasciarono il paese, due di loro, avvocatesse, sono ancora in prigione. Volevo aiutarle: ho letto la legge, i punti di cui parlavano e ho scritto dei piccoli testi per spiegare questi punti.

21 testi per 21 punti della legge, tra cui quello della custodia dei figli che in caso di morte del marito non passa alla madre, ma allo zio o a un altro parente maschio, oppure quello degli ospedali in cui per operare il figlio non va bene la firma della madre.

La mia vita mi ha spinto verso l’essere politico. Penso davvero che il teatro può cambiare le cose, credo che portare la realtà dentro il teatro aiuti in qualche modo.

Per uno che scrive è terribile non essere letto nel suo paese, i miei testi non possono essere pubblicati in Iran, c’è una casa editrice che mi dice: se cambi qualcosa, togli questa frase, allore forse…ma io non voglio, voglio che rimangano tutte le parole che ho scritto.

Ho cercato sempre di scrivere quello che gli altri non scrivevano, quello che non era stato ancora raccontato, ad esempio della lapidazione, nessuno ne parlava, allora ne ho scritto».

Un signore gli chiede se pensa sia possibile una guerra giusta per l’emancipazione, per cambiare le cose, Ghazi risponde:

«No, la guerra è terribile, tutta. Abbiamo altri modi per comunicare»

*

Ho assistito al primo incontro di “Alchimie – la Distilleria De Giorgi residenza artistica di comunità” . Mi è sembrato prezioso questo racconto di Ghazi e l’ho trascritto. Grazie ai curatori dell’incontro Agostino Aresu e Daniela Diurisi.

Il progetto è sostenuto da Fondazione con il Sud, promosso dall’ International Theatre Institute – I.T.I. Italia e da Astràgali Teatro, in collaborazione con il Comune di San Cesario ed in partenariato con I.T.I. UNESCO, Espéro, Teatro dei Veleni, Teatro Zemrude, VariArti, NovaVita, Libera, CPIA Lecce.

 

Avventure Minime/2 il museo del vento a Trieste

avventure minime, luoghi viventi, Visioni

 

 

L’avventura minima può essere anche a 1200 km di distanza da casa, in un luogo minimo, da scovare col lanternino, ma sopratutto che richiede quello sguardo piccolo, devoto ai dettagli che cantano, se li cerchi.

Eccolo qui, il Museo della Bora con annesso Magazzino dei Venti di Trieste.

Ci andiamo di domenica mattina dopo aver scritto, perché sarebbe stato chiuso per in-venta-rio, ma eravamo ospiti che venivano da lontano e allora Rino Lombardi, l’inVentore lo ha capito e ci ha aperto la porta, premettendo sull’uscio: non aspettatevi chissà che! Ma quel luogo fa parte delle cose strane con cui empatizzo a pelle e non sono rimasta delusa, anzi le pupille si sono allargate ed è entrato il vento a rendere insoliti i pensieri.

Questo “spazio curioso” esiste da 15 anni ed è una piccola stanza a pianoterra di un palazzo alla fine delle rive di Trieste, andando in direzione della Slovenia, a 15 minuti di passeggiata al vento da Piazza Unità.

Rino è un raccontatore di storie piccole e curiose e allo stesso tempo un ricercatore di tutto quello che ha a che fare con il vento, che come dice lui è una ricerca che potrebbe durare all’infinito.

Iniziamo con la collezione: il Museo raccoglie 257 venti provenienti da tutto il mondo conservati nei più disparati contenitori, venti entrati per caso o raccolti di proposito come recitano le etichette, che gli abili raccoglitori di vento hanno redatto e inviato.

 

 

Rino è partito dall’idea che la Bora era la cosa più caratteristica di Trieste e da lì ha pensato a questo luogo e si è spinto oltre, seguendo le folate basse e prodigiose di quel vento, con cui la città e i suoi abitanti hanno imparato a convivere, certo cadono tegole e motorino, ma Rino ha colto di quel vento e come lui tanti fotografi, illustratori, parolieri, l’aspetto surreale che dà alle cose.

Se fate visita a questa stanza delle meraviglie Rino vi porterà a spasso attraverso venti (e dico Venti) indizi disordinati, come solo la Bora sa fare, che spaziano dal visibile all’invisibile: c’è lo spaventapasseri indonesiano di legno che si muove col vento, le radiografie degli ombrelli rotti, ma anche informazioni geografiche sulla Bora e un anemometro in cui soffiare per capire di che vento è fatto il proprio respiro o se preferite come tira il soffio della propria anima.

 

 

C’è la valigia da cui esce il vento e che mostra i giochi che la Bora fa sull’acqua del mare, pulviscoli bassi, mai onde grandi, che creano nuvolette sul mare, ci sono i famosi corrimano a cui aggrapparsi, ormai rari in città, ma resi famosi dalle immagini di repertorio televisive, e poi mulini, tutte le parole straniere per dire vento, tanti libri e cartoline d’epoca e recenti che disegnano i giochi che la Bora fa con le gonne delle signore e ai cappelli dei gentiluomini.

 

 

Il Museo esce spesso in città riempiendo di aquiloni e girandole le piazze, avrebbe bisogno di più spazio, di una stanza per ogni indizio, e glielo auguriamo di cuore, ma quello che fa anche così è un operazione di salvataggio dell’immaginazione, della curiosità, dello stupore, e lo fa in nome del Vento, che muove, disordina, rende possibile l’impossibile.

Souvenir:

img_20190121_154616

AVVENTURE MINIME/1 IL BOSCO

avventure minime, luoghi viventi, Visioni

Oggi pensavamo di trovare la nostra minima avventura quotidiana andando verso mare, magari per vedere la neve rimasta da ieri, che qua in Salento rende tutto abbastanza surreale. Dopo un cappuccino con cannella a Santa Caterina vista blu jonico però, ci è venuta stranamente voglia di alberi. Forse perché per strada quando lo sguardo stava smorto, ovvero meditativo, fuori dal finestrino, mentre eravamo fermi al semaforo, ho visto un pettirosso, perfettamente pettirosso. Ultimamente quando tra le cose scopro gli animali ho un sussulto fanciullesco, una cosa di selvatico e piacevole che mi riporta alle cose, alle cose senza me.

Forse sarà stato il petto rosso fatto sta che abbiamo preso le scale sopra la spiaggetta di Santa Caterina, a un certo punto la strada è chiusa e da poco dice anche “Attenti al cane” per scoraggiare i curiosi, abbiamo già scavalcato una volta la rete verso la Torre di avvistamento normanna, stavamo riscendendo, ma è bastato un passo più là, a dire il vero una pipì improvvisa, per scoprire che c’erano delle scale verso il basso e che la strada continuava.

Così abbiamo scoperto un quindici minuti di camminata totalmente inaspettata, tra varchi, pietre, alberi caduti, alberi ancora vivi per scoprire forse non per la prima volta, ma certe cose, bisogna ridirsele sempre, che in Salento c’è il bosco.

A metà percorso c’è anche una grande panchina in pietra vista rami dove lei gli vuole bene, ma lui no, ma non ci siamo rattristati e abbiamo continuato.

Questo bosco piccolo e residuo, ma bosco, sta al bordo del mare, se volete sapere che specie di alberi ci sono andate a fare un giro magari con una app per apprendisti botanici, a noi è bastato così camminarci dentro, senza sapere.

 

Si sbuca alla fine in una piazzetta tra le case delle vacanze, andando a destra si arriva nella strada a senso unico che riporta in discesa verso mare.

Souvenir: un bel ramo sottile e nodoso e qualche pigna per accendere il camino, alloro e qualche rametto di timo (che ha dato quel quid alla vellutata di zucca che abbiamo mangiato nel tardo pranzo delle 16)

img_20190105_184112

AVVENTURE MINIME_PROLOGO

avventure minime, luoghi viventi, Visioni

Questo è un diario di avventure minime ovvero di uscite sotto casa, esplorazioni dietro l’angolo o poco più, non sono guide, né rivelazioni, ma solo annotazioni dettate dalla necessità quotidiana di cercare cose nuove, per nutrirsi e non avvizzire.

E’ anche un’ode al tempo liberato, cioè quel tempo che non serve, non è lavorato, che è scarsamente programmato in cui si decide di andare a vedere che succede fuori casa, e al massimo si trova qualcosa, a volte niente. A conclusione di ogni avventura riportiamo anche i souvenir, ovvero i rinvenimenti inutili, ma belli che ci siamo messi in tasca per portarceli a casa.

Dunque queste cronachette di avventure minime non vogliono esaurire niente, ma a noi personalmente salvano dal diventare esauriti.

 

img_20181117_184414_452